Salute e dintorni

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  • Un suggerimento per ridurre il rischio e la mortalità per malattie cardiache: il matrimonio o la convivenza

    Aprile 2014 - Secondo ricerche di scienziati inglesi le donne single sono più a rischio di morte per malattie cardiache rispetto alle donne sposate e altri studi segnalano che le coppie stabili sono a rischio minore di infarto cardiaco.
    La diminuzione del rischio di morte per malattie cardiache in uomini sposati rispetto ai single è già stata segnalata da alcuni studi ma non esistono dati sulle sole donne. Lo studio di alcuni ricercatori della University of Oxford in Inghilterra, pubblicato sul BMC Medicine Journal, ha analizzato i dati di uno studio nazionale inglese che ha coinvolto circa un milione e mezzo di donne di 50anni e over, reclutate tra il 1996 e il 2001. Alle donne è stato somministrato all'inizio dello studio un questionario sullo stato di salute e rivalutato 3 anni dopo; sono state esaminate circa 740.000 donne ricoverate o morte per malattie cardiache e sottoposte a follow-up per circa 9 anni.
    I risultati hanno dimostrato che la probabilità di sviluppare una malattia cardiaca era simile sia per le donne sposate, o con relazione stabile, sia per le single ma nelle donne sposate il rischio di morte era ridotto del 28%.
    Secondo gli scienziati questi risultati sono spiegabili dal maggior incoraggiamento da parte del marito o compagno a sottoporsi ad esami diagnostici alla comparsa dei primi sintomi e all'aiuto nell'aderenza alla terapia.
    Il rapporto tra matrimonio e stato di salute è molto studiato: uno studio pubblicato su European Journal of Preventive Cardiology ha rivelato che le persone sposate, o con una relazione stabile, hanno un rischio minore di infarto miocardico rispetto ai single e inoltre, nel caso di insorgenza dello stesso, una prognosi migliore. I risultati dello studio hanno mostrato un aumento del rischio di infarto del 60-65% negli uomini e donne single rispetto agli sposati; il rischio di morte per infarto nei single è ancora maggiore attestandosi dal 60-168% negli uomini e nel 71-175% nelle donne.
    Considerando altri aspetti del matrimonio, è tuttavia da segnalare che le mogli di uomini affetti da malattie cardiache sono a più alto rischio di sindrome ansiosa e depressione con maggior rischio di suicidio in caso di infarto del partner.
    Uno studio pubblicato su Health Psychology Journal su coppie felicemente sposate o conviventi ha dimostrato un aumento del peso corporeo di circa 1 kg/anno in entrambi indipendentemente dalla dieta. Nelle donne inoltre il rischio di sviluppare obesità è del 1,4% mentre negli uomini il rischio è del 6,1%. Le donne sposate hanno un rischio di sovrappeso del 3,9% rispetto alle single.
    Vantaggi e svantaggi del matrimonio o convivenza sono ancora sicuramente da studiare, anche alla luce degli attuali fatti di cronaca che riguardano proprio matrimonio e separazione; lascio ai lettori la riflessione su rischi e benefici della propria situazione sentimentale ribadendo, come già segnalato su altri articoli, l'importanza del dialogo... specie non telematico.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Viale Monza 177 - I 20126 Milano

     

  • Siete innamorati? Un decalogo dei ricercatori vi viene in aiuto

    Febbraio 2014 - La festa degli innamorati è ormai passata e, dopo lo scambio di regali reso celebre da Schulz con Peanuts, "ho un San Valentino per…" e la dichiarazione d'amore per la persona amata, avete provato a domandarvi se siete veramente innamorati?  La risposta non è sempre facile ma ci vengono in aiuto i ricercatori della Rutgers University (USA) che hanno definito con precisione cosa significa "essere innamorati".

    Quella vertigine iniziale accompagnata da aumento del battito cardiaco, arrossamento e calore del volto, sudorazione profusa, secchezza della bocca e mani sudate alla visione o incontro con una persona sono sintomi tipici dell'innamoramento e sono dovuti all'azione a livello centrale di due sostanze: dopamina e noradrenalina. I ricercatori, utilizzando una tecnica di imaging chiamata Risonanza magnetica funzionale, hanno scoperto che l'attività cerebrale del cervello di una persona innamorata è molto diversa da quella di un soggetto con una relazione prettamente sessuale e anche diverso da quello di persone con relazioni stabili. Helen Fisher, antropologa della Rutgers University, uno dei massimi esperti sulla base biologica dell'amore, indica proprio la dopamina e la noradrenalina come responsabili di felicità, intensa energia, insonnia, desiderio, perdita dell'appetito. La dottoressa ha scoperto che la fase di innamoramento ha un periodo di tempo ben definito e alcuni tipici segni spia (pensieri o frasi) possono confermare se il soggetto sta attraversando questa fase...prova a pensarci anche tu.

    I segni riguardano entrambi i sessi e solo per esigenze redazionali le frasi sono riportate come riferite al sesso femminile:

    "Lui è speciale"
    Quando siete innamorati il primo pensiero è che la persona amata sia unica e questa convinzione è unita all'incapacità di sentire affetto e soprattutto passione per chiunque altro. I ricercatori ritengono che questa visione unitaria sia provocata da elevati livelli a livello centrale cerebrale di dopamina, una sostanza chimica coinvolta nei processi di attenzione e concentrazione che è alla base della sensazione di felicità.

    "Lui è perfetto"
    Le persone veramente innamorate tendono ad accorgersi unicamente delle qualità positive del loro amato, non accorgendosi  dei tratti negativi. La concentrazione è focalizzata sul ricordo di momenti romantici e di situazioni banali vissute con l'amato e su oggetti che richiamano quei momenti. Anche questi sintomi sembrano dipendere dall'aumento dei livelli di dopamina e da un picco di produzione di noradrenalina a livello centrale; questa sostanza responsabile delle palpitazioni e del rossore del volto, è implicata nell'aumento della memoria in presenza di nuovi stimoli.

    "Mi sento un relitto!"
    Come è noto, l'innamoramento spesso porta a instabilità emotiva e fisiologica. Si alternano allegria, euforia, aumento di energia, insonnia, perdita di appetito, tremori, palpitazioni e tachicardia, respirazione accelerata. Altri sintomi rilevanti sono comparsa di ansia, panico e sentimenti di disperazione quando il rapporto manifesta anche la più piccola battuta d'arresto. Questi sbalzi d'umore sono simili a quelli riscontrati nella dipendenza da sostanze stupefacenti. Si è evidenziato che mostrando agli innamorati foto del proprio amato, si attivano le stesse aree del cervello richiamate dai tossicodipendenti alla vista della droga. Secondo i ricercatori pertanto l'innamoramento è una forma di dipendenza.

    "Superare le sfide insieme ci ha unito"
    Il condividere le avversità con l'altra persona aumenta l'attrazione romantica nei suoi confronti. Il responsabile di questa reazione sembra essere la secrezione centrale di dopamina. Gli studi dimostrano che un ritardo nelle gratificazioni, tipico delle avversità, provoca un aumento di attività dei neuroni produttori di dopamina.

    "Sono persa per lui"
    È riportato che le persone che amano passano in media più dell'85% delle ore della giornata a pensare alla persona amata. Questo comportamento ossessivo, noto in psicologia come pensiero intrusivo, sembra dipendere dalla diminuzione dei livelli cerebrali di serotonina. Questa eziologia è chiamata in causa anche nella patologia psichiatrica "disturbo ossessivo-compulsivo" che è curato con farmaci inibitori della ricaptazione della serotonina.

    "Vorrei passare tutto il mio tempo con lui"
    La gente innamorata manifesta regolarmente segni di dipendenza emozionale durante il rapporto; sintomi principali sono possessività, gelosia, paura del rifiuto e ansia da separazione.

    "Farei qualsiasi cosa per lui"
    Le persone che si amano sentono un forte senso di empatia verso la persona amata; sentono il dolore dell'altro come proprio e sono disposti a sacrificare tutto per lui.

    "Gli piacerebbe se indossassi questo vestito?"
    L'innamoramento è segnato dalla tendenza alla revisione delle priorità quotidiane e al cambio delle abitudini, del modo di vestire e dei propri valori allineandosi al pensiero dell'amato.

    "Lui deve essere esclusivamente mio"
    Coloro che sono profondamente innamorate manifestano desiderio sessuale per il loro amato ma spesso la pulsione è accompagnata da forti impulsi emozionali. La voglia per il sesso si fonde con la possessività e il desiderio di esclusiva sessuale; si manifesta gelosia estrema al sospetto di infedeltà del partner. Questa possessività spesso sfocia nel costringere il partner a respingere persone del sesso opposto anche in situazioni banali per assicurare una continuità esclusiva della coppia spesso fino al concepimento.

    "Non si tratta solo di sesso"
    Nonostante il desiderio di unione sessuale sia importante per gli innamorati, questo è sicuramente in secondo piano rispetto alla situazione sentimentale. Uno studio a base di interviste ha dimostrato che oltre il 64% delle persone innamorate non concorda con la frase: "Il sesso è la parte più importante del rapporto con il mio partner".

    "Non riesco a controllare i miei sentimenti"
    Fisher e i suoi colleghi hanno rilevato che individui che riferiscono di essere innamorati dichiarano che la loro passione è del tutto involontaria e confessano di non riuscire a controllarla.

    L'innamoramento non dura per sempre; può evolversi in un rapporto stabile o in un rapporto di co-dipendenza che gli psicologi chiamano "attaccamento"; in altre situazioni il rapporto termina. Curiosamente le barriere fisiche o sociali che riducono la possibilità della coppia di passare molto tempo insieme (ad esempio abitare in città diverse) prolungano la fase di innamoramento.

    Se al termine della lettura vi accorgete di manifestare almeno 3-4 segni spia, con molte probabilità siete innamorati e questa è la fase più bella della vita...

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Viale Monza 177 - I 20126 Milano

     

     

  • Mal di testa da vino: responsabili i solfiti?

    Gennaio 2014 - "Contiene solfiti". Queste due semplici parole, riportate per legge sulle etichette di moltissimi vini, generano curiosità e preoccupazione; cerchiamo di capire il reale significato di questo avvertimento e se i solfiti sono in effetti pericolosi per la salute.

    Con il termine 'solfiti' si intendono il diossido di zolfo (SO2, detto anche anidride solforosa) e i sali formatisi dall’acido solforico ovvero sodio solfito e potassio metasolfito. L’anidride solforosa è un conservante ampiamente utilizzato nella vinificazione per le sue proprietà antiossidanti, antibatteriche e per la capacità di impedire la ulteriore fermentazione del vino che lo trasformerebbe in aceto. L’anidride solforosa si forma naturalmente a livelli modesti durante il processo di fermentazione e successivamente viene addizionata dai produttori di vino, nelle dosi permesse, per proteggere e mantenere le caratteristiche tipiche del vino: corpo, colore (senza solfiti il vino bianco diventerebbe bruno) e profumo.
    La quantità di solfiti utilizzati nel vino è regolamentata in tutto il mondo ed è obbligatorio apporre l'etichetta "contiene solfiti" quando il contenuto di biossido di zolfo supera le 10 parti per milione (ppm). Il consumo di solfiti è generalmente innocuo, eccetto per i soggetti allergici, asmatici o privi degli enzimi necessari a metabolizzare i solfiti. I sintomi dell’allergia ai solfiti sono congestione nasale, cefalea, eruzione cutanea tipo orticaria, bronco costrizione, nausea, dolore addominale e vertigini. Il vino contiene circa dieci volte meno solfiti rispetto alla frutta secca, che può arrivare a livelli fino a 1000 ppm, alla pizza, alle patate al forno, al prosciutto e ai frutti di mare trattati. Ne deriva che se mangiando frutta secca non si manifestano reazioni indesiderate è improbabile che esista una allergia ai solfiti ma forse solo una intolleranza.
    Nella UE i livelli massimi di biossido di zolfo che un vino può contenere sono in genere: 160 ppm per il vino rosso; 210 ppm per il vino bianco fermo; da 200 a 300 ppm per i bianchi mossi e 400 ppm per i vini dolci. I livelli permessi differiscono per un nonnulla negli Stati Uniti, in Australia e nel resto del mondo.

    Occorre ricordare che i solfiti sono prodotti durante il processo di fermentazione e pertanto sono sempre presenti nel vino ma in quantità modesta; pertanto la dizione di "ottenuti da uve da agricoltura biologica" indica unicamente che non sono aggiunti solfiti nelle quantità precisate ma non che gli stessi non siano presenti; esiste pertanto sempre il rischio di una reazione allergica nei soggetti predisposti.

    I vini rossi contengono meno solfiti dei vini bianchi in quanto quasi tutti passano attraverso la fermentazione malolattica (vedi articolo dell'enologo nella rubrica Cibo & Vino di questo numero) che li protegge naturalmente e consente di aggiungere meno anidride solforosa. Per precisione va riportata la presenza di tannini, agenti stabilizzanti.

    I solfiti sono proprio necessari? Occorre considerare che il vino, specie il bianco, è deperibile e pertanto soggetto a ossidazione con sviluppo di odore sgradevole. I vini cosiddetti biologici, ovvero senza ulteriore aggiunta di SO2, hanno una durata di circa sei mesi se tenuti in condizioni di conservazione perfette. Nelle cantine i produttori sono garanti della corretta conservazione ma non possono controllare la filiera dal momento che il vino esce dalla cantina e questo spiega il ricorso all’aggiunta di solfiti per garantire il consumatore che le caratteristiche originarie del vino siano mantenute fino al consumo.

    Nonostante le credenze popolari associno il mal di testa da assunzione di vino ai solfiti, la ricerca medica non si è mai pronunciata definitivamente su questo agente causale. Le ricerche dei centri specializzati in cefalea, hanno identificato due sostanze contenute naturalmente nel vino come cause del mal di testa: istamina e tiramina. L’istamina è un vasodilatatore e la tiramina ha un doppio effetto; prima vasocostrittore poi vasodilatatore. Il vino rosso contiene una quantità maggiore di istamina rispetto agli champagne e vini frizzanti che a loro volta contengono più istamina rispetto ai bianchi fermi. I soggetti sensibili all’istamina e tiramina possono sviluppare una cefalea tipica anche solo con assunzione di un bicchiere di vino rosso; in campo medico questo sintomo è codificato come "cefalea da vino rosso". Altri composti in causa sono i tannini, flavonoidi responsabili della sensazione di secchezza o ruvidità della bocca quando si assaggia il vino. Studi della Università di Harvard (USA) hanno dimostrato che i tannini causano il rilascio di serotonina, un neurotrasmettitore e che alti livelli di questa sostanza possono causare cefalea. I tannini sono presenti anche nel tè, nella soia e nel cioccolato.

    Per concludere una menzione alla cefalea da alcol che spesso coincide con il "mal di testa da dopo sbornia", anche se alcuni soggetti la manifestano dopo solo uno o due bicchieri. Le cause del mal di testa da alcol sono dovute alla sua azione vasodilatatrice, ben evidenziata dallo spiccato arrossamento del volto, sui vasi sanguigni cerebrali. Concludendo, ricordo che bere vino in quantità modesta, oltre ad essere piacevole, può aiutare la digestione e avere altri effetti salutari come dimostrato da numerosi articoli scientifici. Bere smoderatamente induce invece malattie croniche, come ad esempio la cirrosi e l’insufficienza epatica che non hanno cure specifiche e possono portare a morte…pertanto, ottimizziamo il consumo di vino e alcolici.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Viale Monza 177 - I 20126 Milano

  • La comunicazione digitale tramite SMS ed e-mail tra partner aumenta le separazioni di coppia

    Dicembre 2013 - La maggior parte delle coppie hanno argomenti di discussione quotidiani ma non sempre ne parlano "faccia a faccia". Molte persone utilizzano messaggi di testo o e-mail per dibattere invece di parlare con il proprio partner e secondo i ricercatori questo comportamento aumenta la possibilità di separazione della coppia.

    Secondo la CTIA-The Wireless Association, negli Stati Uniti nell’anno 2012 sono stati inviati circa 2.190 trilioni di messaggi di testo ovvero l'equivalente di 171.300 bilioni ogni mese.
    Non ci sono dubbi che un numero significativo di questi messaggi è destinato al partner, ma i ricercatori della Brigham Young University (USA, Utah) hanno scoperto che la frequenza di invio e il testo contenuto in questa forma di comunicazione possono svolgere un ruolo importante sulla qualità del rapporto di coppia.
    Lo studio, pubblicato dal Journal of Couple and Relationship Therapy, ha coinvolto 276 persone di età compresa tra 18 e 25 anni di cui il 16% sposati, il 46% conviventi e il 38% con una relazione stabile di coppia. Tutti i partecipanti hanno compilato un questionario dettagliando l’uso della tecnologia per entrare in contatto con il proprio partner.
    I risultati hanno rivelato che circa l’82% degli individui scambia messaggi di testo con il proprio partner più volte al giorno ma solo una piccola percentuale di questi sono amorevoli mentre la maggior parte hanno come scopo il "mantenimento" della relazione di coppia. In particolare si è rilevato che le donne riferiscono un peggioramento del rapporto di coppia quando vengono usati messaggi o e-mail per chiedere scusa, ribadire il proprio punto di vista o prendere decisioni con il proprio partner. I ricercatori hanno rilevato, intervistando le donne reclutate nello studio, che la discussione faccia a faccia avrebbe conseguito risultati nettamente migliori rispetto all’uso degli sms o e-mail.
    Intervistando gli uomini i ricercatori hanno rilevato un aumento dell’invio di messaggi di testo direttamente proporzionale alla diminuzione della qualità del rapporto di coppia, ipotizzando che l’uomo preferisca questa forma di comunicazione considerandola più sicura.

    In Italia, da una breve sequenza di interviste da me effettuate su un campione modesto ma significativo di entrambi i sessi, sono emerse spiegazioni differenti. Le donne hanno riferito che nella conversazione faccia a faccia è più facile valutare esattamente cosa vuol dire il partner osservando le sue reazioni di delusione, di soddisfazione e di irritazione; gli uomini, sentendosi "scrutati", non sono a proprio agio e spesso falsano il proprio punto di vista mentre si sentono più "sciolti" con l’utilizzo della comunicazione tecnologica.

    Come comunicate con il vostro partner?

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Viale Monza 177 - I 20126 Milano

  • Sigaretta elettronica: i dubbi della gente e le risposte degli esperti

    Novembre 2013 - L’attuale boom delle sigarette elettroniche, sancito dall’apertura di numerosi negozi di vendita e divenuto subito una moda, genera nella popolazione curiosità ma anche dubbi sull’utilizzo dello strumento e soprattutto sulla sua sicurezza. Il fumatore tradizionale è perfettamente cosciente dei danni indotti dal fumo e sovente viene colto dalla paura quando pensa a quello che può succedergli. Inizia allora la ricerca dello stregone e/o del prodotto miracoloso o della terapia che possa farlo smettere di fumare.
    La sigaretta elettronica si propone come candidata alla disaffezione da fumo anche se in realtà il messaggio trasmesso dagli slogan è: "un modo diverso e più economico di fumare". I medici sono preoccupati per l’utilizzo di questo sistema da parte degli adolescenti come primo step; comportamento che non viene adeguatamente considerato dai genitori come "abitudine di passaggio" al fumo tradizionale.
    Le discussioni sulla sigaretta elettronica sono al primo posto nei punti di ritrovo e aggregazione; il termine fumare è sostituito da "svaporare" e i medici sono sempre più spesso interpellati per dubbi e chiarimenti sui reali effetti e sui danni dell’utilizzo di questo dispositivo.

    Come funziona la sigaretta elettronica
    La sigaretta elettronica è un dispositivo alimentato da una batteria e riempito con un liquido contenente, solitamente, nicotina sciolta in una soluzione acquosa, propilene glicole (questa sostanza è la stessa utilizzata come antigelo e questa informazione trasmessa come passaparola ha suscitato allarme negli utilizzatori), glicerolo e aromi. Esistono diversi modelli, monouso o ricaricabili, che hanno come meccanismo comune quello di vaporizzare il liquido che contengono, producendo un aerosol inalabile.
    Quando l'utilizzatore inala attraverso il filtro, il flusso d'aria viene individuato da un sensore presente nella batteria che la attiva alimentando il vaporizzatore (cartomizzatore). La soluzione liquida, contenuta in una cartuccia presente nel "filtro" o in un apposito serbatoio, denominato "tank" viene riscaldata e inumidisce un avvolgimento ad archetto presente sulla sommità del cartomizzatore stesso. Il vapore generato viene così inalato dall'utilizzatore, che ne trarrà la sensazione anche visiva di fumare una sigaretta di tabacco.
    Per rendere più verosimile questa sensazione durante l'inalazione si accende un led di colore rosso scuro posto all'altra estremità del dispositivo, simulando il tipico colore rosso della brace di una sigaretta tradizionale.

    Cosa spinge il fumatore a provare
    La sigaretta elettronica può essere fumata virtualmente ovunque. Viene ritenuta non inquinante, in quanto non produce fumo di seconda mano per l’assenza di processi di combustione, e un’alternativa innocua (o meno dannosa) al fumo tradizionale in quanto fornisce nicotina senza l’esposizione ai prodotti tossici della combustione del tabacco. Offre vantaggi "cosmetici" rispetto alla sigaretta di tabacco, perché non produce cattivi odori e non provoca l’ingiallimento di denti e dita. Viene anche ritenuta un potenziale ausilio per smettere di fumare poiché permette di assumere per via inalatoria dosi di nicotina e, allo stesso tempo, di usufruire di sensazioni tattili e visive che simulano il fumo tradizionale, appagando gli aspetti sensoriali e comportamentali del fumare.
    L’Associazione Italiana pneumologi ospedalieri (AIPO) e la Società italiana di medicina respiratoria (SIMeR) hanno deciso di esaminare nel dettaglio la sigaretta elettronica e hanno redatto un documento volto a fare chiarezza sull’argomento, di cui riportiamo alcuni concetti.

    Controversie sulla sicurezza ed efficacia della sigaretta elettronica
    Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, gli utilizzatori di sigarette elettroniche non possono essere sicuri delle caratteristiche qualitative e quantitative del prodotto inalato. A causa della mancanza di standardizzazione nei processi di manifattura operati dalle diverse aziende produttrici, non vi sono, nella maggior parte dei casi, garanzie di qualità nei processi di fabbricazione e di utilizzo; inoltre le sigarette elettroniche non sono sottoposte a test di verifica indipendenti. Sono stati riportati effetti polmonari acuti (aumento dell’nfiammazione, aumento della resistenza al flusso aereo) dopo un breve periodo di aspirazione di sigaretta elettronica; è stato segnalato un caso di polmonite lipidica associata all’uso di sigaretta elettronica. Gli effetti collaterali più comuni osservati in uno studio clinico pilota sono stati l’irritazione di bocca e gola e tosse secca. Il contenuto nicotinico delle sigarette elettroniche può variare grossolanamente (da zero a oltre 20 mg/ml a seconda dei marchi), mentre la quota di assorbimento della nicotina dipende da molti fattori quali il sistema di vaporizzazione, la frequenza, la durata e la profondità delle tirate di fumo elettronico; la possibilità di ricaricare alcuni modelli con dosi personali di nicotina aggiunge una variabile incontrollabile che comporta il rischio di poter inalare alte dosi di nicotina. Esistono pertanto potenziali rischi d’intossicazione e sviluppo o aggravamento della dipendenza da nicotina, soprattutto in caso di doppio consumo (sigaretta elettronica in aggiunta alla sigaretta tradizionale).
    Esiste una preoccupazione particolare per gli adolescenti, per il rischio di sviluppo di dipendenza da fumo elettronico e/o dell’effetto facilitante che la sigaretta elettronica può avere sull’iniziazione all’uso del fumo di tabacco, poiché la nicotina, contenuta sia nel tabacco sia nella maggior parte dei modelli di sigaretta elettronica, è la sostanza che causa dipendenza. Allo stesso modo, l’uso ripetitivo e la modalità di assunzione sono i presupposti per l’instaurarsi e il perpetuarsi di una dipendenza gestuale o comportamentale.

    Conclusioni
    Non ci sono al momento supporti scientifici per approvare l’uso della sigaretta elettronica come alternativa sicura alla sigaretta tradizionale a base di tabacco. Chiunque si accinga a utilizzare o stia facendo uso della sigaretta elettronica deve essere messo a conoscenza dei suoi potenziali danni alla salute (biologico e/o di dipendenza fisica e comportamentale) la cui entità è da quantizzare. Non è possibile escludere che l’uso della sigaretta elettronica in ambienti confinati sia nocivo per la salute dei soggetti esposti non fumatori, in particolare quelli potenzialmente più suscettibili (bambini, donne in gravidanza, anziani, pazienti con malattie respiratorie e cardiovascolari croniche).
    Non ci sono al momento supporti scientifici per approvare l’uso della sigaretta elettronica come metodo per smettere di fumare.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Viale Monza 177 - I 20126 Milano